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Questa notizia è stata pubblicata il 07 Luglio 2020

Riflessioni di un papà durante la quarantena

Massimo Zerbeloni, è un papà e co-fondatore del blog “Papà Al Centro” che collabora da tanto tempo con noi di Casa Maternità e si è occupato in passato della conduzione dei gruppi di papà in attesa e neo-papà.

Gli abbiamo chiesto di condividere con noi le sue riflessioni sul periodo di lockdown che ha travolto le nostre vite. Di seguito ci racconta la sua esperienza, di figlio, di compagno, di padre.

“Mi ha chiesto un articolo sul suo sito la Casa di Maternità “La Via Lattea” ed ho accettato di buon grado perché ci vogliamo bene e sono loro debitore. Tra il 2014 e 2016 mi hanno fatto un regalo ed affidato la conduzione di gruppi di neo-padri e papà in attesa. Un’esperienza che ha coinvolto nel tempo una trentina di persone: un tempo-spazio al maschile per affrontare i nodi di quel passaggio di vita. Le madri sono al centro dell’esperienza generativa, ma anche i papà hanno molto da dire e…da fare!

Per dare voce ai vissuti e permettere un utile confronto, da alcuni anni sono impegnato nel progetto/blog “Papà Al Centro” che compie il suo decennale quest’anno. Da un po’ ci siamo bloccati, travolti da altri affari di vita e lavoro, ma proprio il lockdown ha permesso all’amico Stefano Florio, con me fin dall’inizio, di rilanciare una presenza, almeno sul web (trovate le sue riflessioni qui).

Io approfitto invece di questo spazio da ospite per alcune riflessioni mie, pensando a quanto sarebbe proprio bello ripartire coi gruppi papà per dirci insieme quanto ci sta spaventando (a me molto da ipocondriaco già in tempi non sospetti) ma anche cosa ci sta insegnando il tempo pandemico.

Spesso abbiamo messo al centro delle riflessioni dei gruppi di papà cosa muove dentro di noi il passaggio da essere figli dei nostri padri ad essere anche padri dei nostri figli. E sicuramente questi mesi di pandemia ci hanno messo in gioco tanto su entrambi i fronti.

Io ho la fortuna di avere ancora i miei ottantenni genitori. Da figlio ho vissuto la lontananza da loro (stanno geograficamente molto vicini), prima obbligata poi consigliata e rispettata per la loro incolumità, comunque con qualche senso di colpa, con timore, con tanta partecipazione emotiva ai lutti che hanno colpito le persone di quell’età e le loro famiglie, segnati ulteriormente dal drammatico divieto di celebrare il rito funebre coi propri cari.

Da padre ho vissuto la vicinanza estrema, 24/24, coi figli come tanti genitori d’Italia. Nel mio caso partivo col vantaggio di una certa abitudine al lavoro anche da casa e alla gestione contemporanea di attività di cura distribuite paritariamente con la mia consorte. Per alcuni padri questa immersione casalinga è stata una bella scoperta, per altri un’enorme fatica. Il tema della conciliazione vita-lavoro, caro a Papà Al Centro, si è bruscamente e finalmente posto con evidenza a tutti, mostrando il telelavoro come un’opportunità (con suoi rischi, come sempre) per cambiare la nostra società verso una maggiore equità, anche da questo punto di vista.

Tornando alla mia vita pandemica: mentre fuori il sole splendeva nella più bella primavera del secolo, tutto si è concentrato dentro quattro mura ed un piccolo balcone, le connessioni tutte telematiche, il tempo dilatato eppure insufficiente per tutto quello che avremmo voluto fare insieme. La Scuola, i compiti, le esigenze connesse si sono presi la scena, debordando.

Mia moglie in working (smart mica troppo!), io con meno lavoro del solito (e tante preoccupazioni in proposito) sono diventato un “DaD dad”, un papà allenatore da Didattica a Distanza. Un utile ripasso delle basi, diciamo, ma che fatica! Tanti insegnanti hanno dato l’anima, ma molti genitori hanno comunque dovuto re-inventarsi maestre e maestri di sostegno, soprattutto per i bambini più piccoli delle scuole primarie, oltre che esperti di pc, reti e piattaforme di comunicazione. Ora, con tutte le preoccupazioni per come sarà la scuola dei nostri figli da settembre, per me e mia moglie è tempo di gioire con Elia per la sua bella pagella di quarta e di cogliere il sorriso impagabile di Sofia, chiuso il collegamento per il suo esame di Terza Media.

Per fortuna oltre ai compiti ci sono state anche più occasioni del solito per parlarsi, giocare, cucinare, guardare film e leggere insieme. Per pregare. Per riflettere su cosa ha valore, su cosa vuol dire eroismo, paura, perdita, fragilità ma anche legame, aiuto, comunità, sentire il proprio destino accomunato a quello di tanti altri. Per spiegare ai nostri ragazzi che altri genitori non potevano fare lo stesso coi loro figli perché impegnati a curare i genitori, i figli, i nonni altrui, mettendo a rischio la loro vita. Per riconoscere la fortuna di essere vivi, stare bene, avere affetti. Perché lo diamo per scontato, finché eventi come questo ci mettono a contatto con la dura realtà di ungarettiana memoria “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

È stato uno stress test per il nostro Paese e per ogni famiglia italiana. Qui a casa nostra tutto sommato è andata bene, come coppia lo stress aveva già visto i suoi picchi, quindi paradossalmente abbiamo addirittura migliorato la capacità di ascolto, la tolleranza reciproca. Abbiamo ritrovato la barca comune, la rotta, il progetto. Forse. Che poi se c’è una cosa che s’impara è la precarietà di ogni progetto umano individuale o collettivo.  Questo non vuol dire smettere di combattere per realizzare i propri sogni, solo imparare la forza di restare in piedi e desideranti quando improvvisamente svaporano, quando butta male, sia colpa del destino, nostra o di un dannato virus. Il termine “resilienza” era già di moda, ma diciamo che la pandemia gli ha fatto da buon ufficio stampa.

La fase 2 o 3 (dove siamo?) chiama ancora più in causa la nostra responsabilità, il buon senso e la necessità di avere fiducia nel prossimo, con tante situazioni che scoraggiano e insieme la voglia di ricominciare, confermarci che “andrà tutto bene”, come a 8 mani abbiamo scritto 3 mesi fa sul balcone, con l’ottimismo della volontà (quando per mia natura ci avrei aggiunto un “forse”). E così sarà speriamo, intanto abbiamo capito che possiamo apprendere qualcosa dalle esperienze brutte, che sappiamo resistere e ripartire. Anche se sul mio balcone si è un po’ scolorito, noi siamo quell’arcobaleno che ha senso perché l’abbiamo disegnato insieme noi quattro, tante famiglie nel nostro quartiere, tanti genitori e bimbi ovunque in città, in Italia, nel mondo.”