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Questa notizia è stata pubblicata il 08 novembre 2017

Parliamo di SONNO – “GIROTONDO DEGLI INSONNI” scrive Lidia Magistrati

 

di Lidia Magistrati, educatrice e fondatrice della Casa Maternità “La Via Lattea”

Nei gruppi mamma/bambino l’argomento sonno è sicuramente tra i più gettonati,
secondo solo allo svezzamento, ma discusso in molto più intenso, carico di stanchezza e rassegnazione:
“Prima o poi, forse, dormirà anche il mio!”

Sono veramente tanti i bambini dei gruppi dopo parto che dormono
poco e male, tante le mamme a lamentarsene. Il problema che si presenta loro sembra non essere correlato alle aspettative in gravidanza o al numero di figli: qualcuna riferisce che lo stesso problema si è presentato per tutti i figli, qualcuna testimonia che con il secondo va molto meglio, altre ancora lamentano che, mentre il primo figlio dormiva, il secondo o il terzo per niente.

Confrontando gli interventi degli esperti con quelli dei genitori – anche in questo numero dell’Uovo – mi colpisce una cosa: tanto gli uni sembrano sapere perché i bambini non dormono e soprattutto come fare per farli dormire, tanto gli altri, in particolare le mamme, sembrano non saperlo per nulla. Tutte loro provano a identificare i motivi di un disagio: fame, bisogno di rassicurazione, paure, denti, male alla pancia… e tutti noi, esperti ad ogni titolo, diciamo subito loro che queste sono solo scuse. Tutte – è questo il peggio – sembrano non trovare soluzioni a questo problema. I consigli, gli scritti, gli studi – tranne pochi casi – vengono rifiutati perché ritenuti non validi o poco adatti a sé e al proprio bambino, oppure vengono recepiti come troppo teorici, troppo rigidi e lontani.

Mi sono chiesta e chiedo: come mai questa dicotomia?

In questi dieci anni ho osservato circa seicento bambini alla Casa di Maternità. Forte di questa esperienza, provo per prima cosa a schematizzare la tipologia generale del sonno dei nostri bambini, che ci può aiutare a inquadrare e capire il fenomeno.

►Rari i bambini che hanno da subito e mantengono un ritmo accettabile di sonno/veglia;

►Più numerosi i bambini che hanno un buon ritmo nei primi mesi e poi lo perdono (5°- 6° mese);

►Molto numerosi i bambini che da subito dormono poco e con difficoltà crescenti, risvegli numerosi e difficoltà a riaddormentarsi di notte (oltre che di sera);

►Oppure si addormentano facilmente la sera (spesso però tardi, tra le 22 e le 24) in braccio o spessissimo al seno, dormono circa 3/5 ore consecutive, poi si svegliano innumerevoli volte;

►Alta la percentuale dei bambini il cui sonno migliora tra i 12 e i 18 mesi;

una percentuale ridotta ma significativa non migliora fino a due/tre anni

►Una piccola percentuale continua a dormire male o dorme più o meno fissa nel lettone anche oltre i tre anni .

I dubbi affiorano copiosi. È un problema in crescita? Prima era un problema sconosciuto o soltanto se ne parlava meno? Sarà legato al benessere? All’inquinamento? Il mistero è fitto.

Certamente qualche motivo va ricercato nel massiccio investimento affettivo che facciamo sui nostri pochi figli e nell’incapacità crescente di dire no, di dare loro dei limiti non rigidi ma precisi e contenitivi.

Un’altra osservazione interessante è che le mamme si dicono incapaci di “far piangere” i loro bambini. È il motivo che quasi tutte adducono all’impossibilità di utilizzare i vari metodi proposti dagli “esperti”. Eppure, nessun esperto dice alle mamme o i genitori di “far piangere” i bambini, tutti parlano al massimo di “lasciarli piangere”.

È chiaro che un bambino piange anche indipendentemente da ciò che fa o non fa l’adulto: piangere rappresenta per un lungo periodo della sua vita la massima possibilità di espressione, serve a farsi capire e conoscere, ad attirare l’attenzione, a sfogarsi e liberare le tensioni. Il piccolo non ha altre possibilità né capacità. Tuttavia il pianto del bambino viene vissuto sempre e solo come una cosa negativa, come il segnale di un dolore o di un bisogno al quale non si è saputo rispondere in modo adeguato. Le mamme si identificano nella causa prima del pianto, si sentono crudeli se non accorrono subito al primo richiamo del bimbo. Loro stesse sostengono poi che si instaurano cattive abitudini e circoli viziosi dai quali è difficile uscire: nel silenzio della notte tutto si amplifica, hanno paura di disturbare e svegliare gli altri.

Prese da una stanchezza crescente, micidiale, vedono come una fatica insormontabile il darsi delle regole e riuscire a mantenerle.

Una cosa invece che le aiuta molto in questa palude inamovibile e non bonificabile è sapere che “passerà”, primo o poi finirà. Un papà di un bimbo di quasi un anno che dorme poco e con continui risvegli, all’annuncio di una nuova gravidanza ha detto alla moglie: “Va bene, vuol dire che prolunghiamo di un anno e mezzo/due la pena”.

Io credo che nei primi due anni di vita è molto difficile (direi impossibile!) avere un bambino che dorma quanto e come vorrebbero gli adulti, con un ritmo fisso e consolidato.

Il sonno del piccolo, oltre a problemi legati alla maturazione cerebrale e al ritmo sonno/veglia diverso dal nostro, è troppo legato al suo bisogno di nutrimento nei primi mesi, ai malesseri fisici, alle malattie vere e proprie. Su di esso agiscono poi tutti gli altri fattori di disturbo che valgono anche per l’adulto, ma che per un bambino vengono moltiplicati dal suo particolare stato pulsionale ed emotivo: i rumori, la dieta alimentare (es. la carne alla sera), la vita frenetica, l’eccessiva stimolazione ed eccitazione, l’autonomia o la capacità di rilassarsi e saper stare bene da solo, che per lui è tutta da costruire e su una strada in salita.

Oltre a queste caratteristiche generali, ogni bambino e ogni famiglia è un mondo a sé e ci sono situazioni personalissime e uniche che facilitano o meno la capacità di dormire del bambino. È nell’intreccio magico e complesso delle relazioni che si situano sia i problemi che le possibilità di soluzioni.

Le mamme – ma credo anche i papà – con bambini piccoli, hanno bisogno soprattutto di poterne parlare e di essere ascoltati con partecipazione, ogni volta che ne sentono il bisogno.

Mentre ne parlano, il loro bambino viene mostrato e accolto dal gruppo, viene accettato con le sue doti positive e negative. Sta tutta qui la forza e la magìa dei gruppi mamme/bambini; i consigli e le soluzioni possono arrivare o no, possono essere accolte o no: funzioneranno solo se vanno a toccare il vero bisogno di quella mamma e di quel bambino. La comprensione di quel che sta succedendo fra di loro, fra loro e il resto della famiglia, del momento che stanno attraversando, darà a quella mamma la capacità e la possibilità di provare e trovare soluzioni e compromessi che sentirà congeniali a sé e al suo bambino.

È un po’ credo quello che succede ai genitori con figli adolescenti (non che l’argomento mi riguardi!): ormai non c’è dibattito, servizio televisivo o giornalistico che non spieghi le ragioni e le possibili soluzioni, dalla rivista specializzata al News magazine dell’Esselunga: gli adolescenti si devono staccare dai genitori, devono sentirsi parte di un gruppo, sono gli amici e non i genitori a doverne raccogliere le confidenze, non c’è nulla di più sbagliato che far loro gli interrogatori, le scenate di gelosia… Io leggo e mi chiedo: ma perché, io queste cose forse non le so? Sì che le so, eccome se le so. E allora? Allora c’è che se non si riesce ad andare su un altro piano -quello intimo, quello della relazione con il proprio figlio- di tutte le conoscenze non ce ne facciamo proprio nulla. Dalla nostra prospettiva di genitori, vediamo noi e i nostri figli uniti assieme: è da qui che dobbiamo partire per modificare progressivamente l’angolo visuale, fino ad avvertire che siamo due persone distinte e separate che si vogliono bene, che si aiutano, ma che sono destinate a due percorsi diversi e unici.

Questo percorso inizia presto, molto presto: lo sancisce già la nascita. Ma com’è difficile e duro! Se è così duro con i figli grandi, figurarsi con quelli piccoli, che sono dei cuccioli teneri e caldi, sempre in contatto fisico con noi, dipendenti per tutto… anche per il sonno!