Questa notizia è stata pubblicata il 12 Ottobre 2020

Imparare a stare, imparare a conoscersi. Un’esperienza di allattamento.

di Anna Terzi, mamma di Edoardo, 8 mesi.

 

Nessuno mi aveva avvertito. Da un giorno all’altro la mia libertà di movimento è andata da cento a pressoché zero. Soprattutto i primi tempi. Ho scelto di allattare mio figlio esclusivamente con il mio latte e farlo a richiesta. Ho anche scelto di non dargli il ciuccio.

Ho calcolato che da quando è nato, quasi otto mesi fa, ho passato 1400 ore ad allattarlo. Sono 60 giorni. Praticamente due mesi. Un quarto della sua vita. Un quarto del tempo che abbiamo passato insieme.
Mi sono presto resa conto che era, questa dell’allattamento, una faccenda seria e che avrei passato molto tempo affaccendata così.

Fondamentale quindi organizzarsi bene. Trovare un posto comodo. Il divano. Per evitare di raggrinzirsi come una foglia secca e che le braccia caschino dallo sforzo, tanti cuscini, di morbidezze diverse perché a volte ti serve per la schiena, a volte come poggiatesta o per supportare il braccio o le gambe.
Una luce soffusa ma forte abbastanza per poter leggere (televisione e cellulare vietati). Un tavolino dove poter appoggiare fazzoletti, teiera con tisana e tazza, libri e giornali. Una coperta. Di notte una felpa col cappuccio a portata di mano. Preferibilmente una stanza priva di zanzare.

Ho imparato a chiedere. Al mio compagno. Chiedergli un bacio, un fazzoletto, una tisana di camomilla.

Ho imparato a stare. Io che ero una trottola, abituata ad andare dove volevo quando volevo come volevo.

Ho imparato a guardare il muro bianco del salotto e sentirmi soddisfatta con il calore del mio bimbo in braccio.

Ho imparato che va bene sentirsi frustrata, arrabbiata, triste. Che mamma non è sinonimo di gioia costante. Sto conoscendo mio figlio. Ci stiamo conoscendo. L’allattamento al seno è per me un veicolo per questa nostra trasmissione. Non solo ormoni, endorfine e nutrimento. A volte penso di comunicargli i miei pensieri più reconditi.

Ho imparato a mostrarmi ad un altro essere umano totalmente. Farmi vedere in tutte le mie sfaccettature ed essere commossa dallo sguardo non giudicante che mi vede.

Ho iniziato qualche mese fa a dare a mio figlio Edoardo cibo solido. Continuo ad allattarlo.
In questi giorni di pioggia il suo bisogno di seno è aumentato. Anche di notte. Gli concedo il latte di cui ha bisogno. Gli concedo l’affetto e la sicurezza che vengono da questo atto. Sono consapevole dei miei limiti.
Non so quando finiremo di stare così. Ma per ora anch’io ho bisogno del suo corpo caldo vicino al mio.