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Questa notizia è stata pubblicata il 23 Giugno 2021

Giocare alla lotta fa bene ai bambini

Il gioco turbolento della lotta, spesso osteggiato dagli adulti che vi vedono connotazioni pericolose, in realtà è un gioco che ha forti connotazioni sociali. Per questo è importante promuoverlo e sostenerlo, sia a casa che nei contesti educativi per la prima infanzia.

 

Ne parliamo con la pedagogista Simona Vigoni.

 

Un gioco come gli altri

Ebbene sì, quello che a noi sembra “pericoloso”, ovvero il fare finta di fare la lotta, rincorrersi, azzuffarsi, è in realtà una palestra per l’apprendimento sociale. Gli studi etologici hanno dimostrato che è proprio questo gioco ad aumentare l’armonia sociale in un gruppo di cuccioli ed è per questo motivo che gli animali adulti non lo proibiscono quando sono i loro cuccioli a farlo. Non solo in un gioco turbolento non c’è vera aggressività, ma è proprio questo gioco che impedisce l’emergere di una vera aggressione, perché permette ai cuccioli un contatto fisico, una reciproca conoscenza corporea che sarà la base del loro legame.  Alcune ricerche condotte in campo etologico (Harlow e Soumi, Università del Wisconsin) hanno dimostrato che scimmie Rhesus private di questo contatto ludico e fisico con i coetanei diventano fortemente aggressive anche con i propri fratelli e non sviluppano una competenza sociale adeguata con il gruppo dei pari.

Per i bambini la prima forma di conoscenza del mondo esterno passa attraverso il contatto quindi anche per loro il gioco turbolento può assumere valenze di sviluppo sociale.

 

Le caratteristiche del gioco turbolento

Correre, saltare, inseguire, scappare, lottare, ridere, colpire (con oggetti senza far male), azzuffarsi, fare boccacce, lanciarsi su un tappeto morbido: il tutto con espressione gioiosa, gesti esagerati, sorrisi e ammiccamenti.

Tipico segnale ludico è il sorriso a bocca aperta, l’accucciamento, il battere l’altro a mano aperta.

È tipica anche l’alternanza di ruoli (scappo prima io e poi tu!), il colpire ridendo e soprattutto il restare insieme una volta finito il gioco.

 

Come dovrebbe comportarsi l’adulto

L’adulto dovrebbe osservare, non avere fretta di interpretare e di intervenire a tutti i costi: l’obiettivo è quello di dare al bambino la possibilità di mettersi in gioco, mettere alla prova la sua forza e la sua abilità nel rapporto con l’altro.

L’adulto scambia spesso questo gioco come aggressione, lo connota come pericoloso, ma è proprio la possibilità offerta ai bambini di “giocarsi” la loro fisicità all’interno di una cornice ludica, che permette di gestire le loro emozioni sul piano di realtà.

Come afferma M. Sunderland, il gioco turbolento può “migliorare le funzioni che regolano le emozioni nei lobi frontali, aiutando i bambini a gestire meglio i propri sentimenti. (…) Fare la lotta con un amico è fondamentale per un sano sviluppo mentale. Oltre a rappresentare una valvola di sfogo per gli impulsi motori primitivi, come il bisogno di correre e arrampicarsi, questo tipo di gioco favorisce lo sviluppo del cervello superiore. Da grandi questi bambini saranno in grado di gestire più tranquillamente le loro emozioni e di superare così lo stress. (… ) Se i cuccioli di mammifero non praticano a sufficienza giochi socialmente interattivi finiscono per scegliere soluzioni più violente, liberando inadeguatamente i loro impulsi nel tentativo di recuperare il tempo perduto”.

 

Come facilitare il gioco turbolento, rispettando le regole

Sia a casa che nei servizi educativi è utile la presenza di luoghi morbidi (il lettone è ideale!), tunnel, tane, scatoloni, attrezzature motorie, luoghi per nascondersi e ritrovarsi, ed è importante che gli adulti concedano ai bambini la possibilità e la libertà di sperimentare tutti i giochi di contatto fisico, tutte le occasioni per stare accanto ai coetanei, amici o fratelli.

Il gioco turbolento ha un alto contenuto emotivo pertanto è consigliabile ribadire “le regole” prima dell’inizio: “Non ci si fa male e non si fa male agli altri”.

 

E se l’emozione forte dovesse prendere il sopravvento?

Solo se si ha la percezione che la lotta stia prendendo una piega che volge verso il farsi male, l’adulto “interviene” senza interrompere il gioco, per riportare i bambini sul piano della finzione ludica con alcune frasi (“sembravate proprio due leoncini che giocavano ad azzuffarsi”): questo permette ai piccoli di fermare il corpo, riposizionarsi e ricominciare a giocare rispettando le regole.

 

Per approfondire:
“Il tuo bambino. Come educarlo e capirlo”, ed. Tecniche Nuove, Milano, 2007