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Questa notizia è stata pubblicata il 05 Maggio 2020

Essere ostetrica al tempo del Covid-19

a cura di Nadia Scaratti, ostetrica Casa Maternità La Via Lattea

 

Quest’anno la Giornata Internazionale dell’Ostetrica arriva in un 5 maggio molto diverso dagli scorsi anni e proprio in questo momento sento la necessità di raccontare, di raggiungere quante più persone possibili per condividere la mia esperienza professionale durante l’emergenza COVID.

 

Mi chiamo Nadia Scaratti e sono ostetrica dal 1985, cioè da 35 anni.

Ho lavorato 20 anni in ospedale e poi ho lasciato nel 2006, per lavorare in libera professione presso Casa Maternità “La Via Lattea” di Milano.

 

L’assistenza domiciliare attuale, con tutte le attenzioni, i dispositivi usati e le “regole comportamentali” dovute al Covid, mi hanno fatto fare un tuffo nel passato.

Quello che avviene ora da un punto di vista ostetrico sembra ripescato dagli anni più difficili

dell’ostetricia ospedaliera dove l’assistenza dell’ostetrica era regolamentata dai controlli della sterilità e dal rispetto di linee guida che poi nel tempo sono state modificate perché ritenute eccessive e quindi non necessarie.

Un esempio su tutti: i papà non potevano entrare in stanza parto, poi sono stati ammessi solo con camice, mascherine, copritesta e sovrascarpe, poi con nessun dispositivo ed ora dall’inizio dell’epidemia di nuovo coperti totalmente o addirittura per sicurezza lasciati fuori dalla sala parto.

Abbiamo avuto periodi di grandi misure precauzionali per l’assistenza ostetrica come per la diffusione dell’AIDS o l’epatite ad esempio in cui le ostetriche regolarmente portavano gli stessi dispositivi utilizzati ora.

 

L’assistenza domiciliare o in Casa Maternità, però, non ha mai richiesto un approccio così precauzionale/asettico per il numero dei parti assistiti, per la conoscenza individuale più approfondita e monitorata rispetto ad una partoriente occasionale, ma anche per l’ambiente che è meno contaminato rispetto ad un ospedale (questo vale anche per la Casa Maternità).

 

Questo aspetto ha sempre facilitato un contatto fisico molto diretto con le donne e le coppie, sia durante la gravidanza che durante le ore di travaglio e parto.

Anche l’abbigliamento era semplicemente una maglietta e un pantalone riservati per le nascite, ma niente camici o copriscarpe o mascherine.

 

Ho dovuto portare nella nascita domiciliare uno schema ospedaliero da cui mi ero allontanata scegliendo la libera professione per “La Via Lattea”.

I primi tempi dopo l’annuncio delle misure di contenimento sono stati di incredulità che questo virus fosse veramente così pericoloso. Poi il confronto con tante colleghe ostetriche e la formulazione di linee guida condivise mi ha resa molto consapevole: attenzione sia per la mia salute, ma soprattutto attenzione all’impegno che avevo preso dal punto di vista professionale con le coppie che avrebbero affrontato il parto in questo periodo. Molta paura da parte loro ma anche tanta fiducia nella mia professionalità.

 

Tutto ciò mi ha reso tollerante verso tutte le procedure utilizzate e l’uso dei dispositivi: mascherina tutte le ore del travaglio, d’altronde in sintonia con la donna che travagliava tutto il tempo con la mascherina.

 

Il contatto fisico è cambiato molto ovviamente, ho dovuto mantenere distanze che non facevano più parte della mia professione dall’inizio del lavoro in Casa Maternità.
Toccare con i guanti, sorridere con la mascherina, avvicinarsi con il camice e gli occhiali.

 

Ogni azione in queste circostanze è doppiamente razionale per i vari rischi.

 

La mia borsa ostetrica ora è divisa in due parti rispetto a prima, una parte è ancora la stessa e cioè con tutto ciò che è previsto per l’assistenza clinica come da Linee Guida (flebo, aghi cannula, siringhe, fili di sutura, strumentario), l’altra parte è per i DPI – Dispositivi di Protezione Individuale – che possono variare in quantità anche in base alle ore trascorse.

 

Al momento della nascita del bambino/a tutto è stravolto. Generalmente era il momento della gioia piena con baci e abbracci, mentre ora si utilizza molto il linguaggio verbale.

 

Nei giorni successivi ci si continua a vedere con la mascherina e il contatto fisico non può assumere il solito ruolo che aveva prima, anche se con la coppia resta sottintesa la complicità creata comunque dall’esperienza fortissima vissuta insieme.

 

Per le assistenze di accompagnamento al parto in ospedale purtroppo il fatto di non poter entrare – e in numerosi ospedali il divieto esteso anche ai papà –  è stato un colpo molto forte per la continuità dell’assistenza che ritengo cardine delle mie scelte professionali.

Lasciare la donna davanti all’ospedale o in Pronto Soccorso e salutarla sapendo che affronterà da sola un travaglio e parto molto diverso dalle scelte fatte e dai bisogni reali di ogni donna è un vero colpo al cuore.

 

In quelle situazioni sapere di poter tornare poi a domicilio e rivedere la donna e la coppia per i controlli ostetrici, aiuta a riallacciare la relazione “interrotta”.

 

Per questo 5 maggio auguro a tutte le ostetriche ospedaliere e libere professioniste un giusto riconoscimento dell’impegno dato in questi due mesi di emergenza sanitaria.

Sono consapevole che tutto ciò ci renderà comunque più forti per il futuro e più vicine ai bisogni delle famiglie.