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Questa notizia è stata pubblicata il 23 Dicembre 2020

Dormire insieme a mamma e papà

Un buon riposo permette di recuperare energia fisica ed è, quindi, un bisogno indispensabile di ordine fisiologico e psicologico che bisognerebbe soddisfare per favorire una crescita sana ed equilibrata del proprio bambino.

Ma è proprio vero che dormire insieme a mamma e papà sia sempre una “cattiva abitudine” da non praticare, pena la perdita di autonomia da parte del bambino?

Ne parliamo con la pedagogista Simona Vigoni.

 

Chi dorme non piglia pesci, il vecchio proverbio cosa ci suggerisce?

Cominciamo sfatando un pregiudizio imperante nella nostra cultura molto centrata sul modello prestazionale: dormire non significa perdere tempo, come vorrebbero testimoniare alcuni noti proverbi.

Tanto per citare alcuni benefici di un riposo efficace, dormire significa rinvigorire le forze, potenziare le difese immunitarie, produrre l’ormone necessario alla crescita, rielaborare e assimilare le esperienze vissute durante la veglia, ripulire il cervello dalle molteplici sostanze di scarto del metabolismo prodotte durante la veglia.

Il sonno, in buona sostanza, costituisce per il bambino una delle fasi più importanti della giornata in quanto permette di recuperare energia fisica. In tutti questi anni di vita vissuta nei servizi all’infanzia le domande dei genitori rispetto a questo argomento così tanto “sofferto”, sono state tantissime, qui ci concentriamo su un tema molto sentito. È giusto o sbagliato far dormire il bambino nel lettone? Il bambino non rischia di prendere un “vizio” poi difficile da abbandonare?

 

Co-sleeping primario e co-sleeping secondario

Procediamo innanzitutto con un’importante distinzione, perché non è la stessa cosa dormire insieme a mamma e papà sin da subito e ricorrere a questo rimedio dopo un primo periodo di sonno solitario. In molti studi recenti che si occupano dell’argomento, si distingue infatti tra co-sleeping primario e secondario. Di cosa si tratta?

Il co-sleeping primario, cioè l’abitudine a dormire insieme sin dalla nascita, è diffusissimo nelle società tradizionali, mentre è poco diffuso, stigmatizzato come vizio e sconsigliato dalla maggior parte dei genitori e dei pediatri nelle società industriali dell’Occidente.

Il co-sleeping secondario, cioè l’abitudine a dormire insieme ai genitori SOLO dopo l’acquisizione dell’autonomia motoria fino a 4/5 anni, si manifesta, invece, con una più alta percentuale proprio nelle società industriali.

Sembra quindi che avvenga esattamente il contrario di ciò che comunemente si pensa: la responsività dell’adulto al bisogno di attaccamento del bambino nei primi mesi di vita è foriera di una maggiore autonomia del piccolo che, nel periodo successivo, mostra più facilità ad abbandonare la pratica del dormire insieme a mamma e papà, rispetto al bambino abituato sin dai primi periodi a dormire da solo.

 

Ma ci sono dei vantaggi a praticare il co-sleeping?

Ci sono alcuni dati che varrebbe la pena di considerare a questo proposito. Lo scienziato ricercatore McKenna (Di notte con tuo figlio, Il leone Verde, 2011), sottolinea che:

1. esiste una stupefacente sintonia tra i ritmi del sonno della madre e quelli del bambino: entrambi attraversano gli stessi stadi di sonno, per cui la mamma si sveglia nella fase di sonno REM, cioè quando il risveglio non è difficoltoso;

2. anche gli altri ritmi di base dell’organismo (battito cardiaco e respirazione) sono in sintonia: la mamma funge da metronomo per il bambino, dandogli il giusto ritmo da seguire. Il corpo della madre agisce come segnale nel regolare la temperatura corporea del neonato, il respiro, i ritmi di risveglio, i livelli di cortisolo e l’architettura del sonno;

3. il co-sleeping favorisce l’allattamento al seno e l’allattamento al seno, a sua volta, attraverso la produzione di prolattina, induce la fase REM: il ritmo del sonno della mamma si sincronizza così, magicamente, con quello del bambino;

4. il dormire insieme è funzionale anche alla mamma: l’allattamento notturno frequente fa aumentare la secrezione di prolattina che può determinare, insieme alla produzione di ossitocina, un aumento della sensibilità della madre nei confronti del figlio;

5. l’aumento dell’arco temporale della fase REM, porta ad una maggiore concentrazione di ossigeno nel sangue e ad una maggiore probabilità di svegliarsi in caso di problemi respiratori.

 

Già nel 1993 (Pediatric Review, “Infant-Parent co-sleeping in an evolutionary perspective”), lo stesso ricercatore statunitense aveva elencato i vantaggi del co-sleeping primario (fatte salve certe condizioni di sicurezza, quali un letto comodo e spazioso) per esempio considerandolo, con i dati alla mano, una modalità preventiva di quello tardivo e secondario e più in generale dei disturbi del sonno nella prima infanzia.

Contrariamente a quanto si pensa, infatti, la richiesta di dormire con mamma e papà che il bambino manifesta dopo il primo anno di vita e la conseguente abitudine a dormire nel lettone spesso associata a disturbi del sonno, viene adottata dopo la loro comparsa e non prima, come antidoto a tali disturbi. Sembrerebbe quindi che una stimolazione troppo precoce all’autonomia nel sonno non genererebbe l’autonomia stessa, bensì insicurezza nel bambino che sarebbe così spinto a ricercare il contatto coi propri genitori tuffandosi in lettone “proibito”.

 

Quindi chi decide di dormire insieme al proprio bambino può essere sicuro che non lo sta “viziando”?

Come si evince da quanto esposto, le frasi ricorrenti “non voglio che prenda già da subito questo vizio” o “se lo abituo a dormire da solo diventerà più autonomo anche in altri ambiti” non troverebbero fondamento dall’analisi dei risultati delle ricerche: se non altro, al momento, non esistono risultati certi e generalizzabili che il dormire insieme nel lettone di mamma e papà possa avere conseguenze negative sul piano psicologico. L’intenzione non è di proporre universalmente per tutti il modello del sonno condiviso, ma semplicemente ricordare che ogni consiglio, dato sia pur da esperti del settore, risente dei valori culturali propri del contesto in cui si vive. La possibilità di praticare co-sleeping non vuole avere il valore di rappresentare la regola valida per tutti, ma semplicemente di ridimensionare la stigmatizzazione alla quale è stata sottoposta, che anzi, per molti aspetti, si rivela valida, efficace e naturale.

In tutti i casi, a prescindere dalla strategia adottata, ciò che conta è fornire al bambino affetto, comprensione e necessario aiuto per poter crescere sano emotivamente psicologicamente e cognitivamente. È importante ricordare che il sonno rappresenta un’esperienza di separazione e, come tutte le esperienze di separazione – per esempio quella mattutina quando ci si saluta per entrare al nido – necessita di cura, ritualità, rispetto dei tempi del bambino. Le paure dei bambini riguardo a questo momento possono essere diverse. Da non sottovalutare che, nel caso del sonno, viene a mancare per i bambini un aspetto importante: l’esempio e la conseguente imitazione. È raro che i figli vedano i propri genitori dormire “Se consideriamo che, in quanto esseri umani, siamo programmati per crescere e svilupparci all’interno dello sguardo e delle cure di un altro, il sonno non è solo un bisogno fisiologico, ma, fin dalla nascita, partecipa al nostro bisogno di relazione.” (L. Provenzi, Mondo03 n.2, anno 2013, Casa Editrice La Scuola).

 

Ci sono altri suggerimenti da aggiungere?

Se si decide di praticare il co-sleeping è bene tenere a mente le precauzioni che la Società Italiana di Pediatria ha individuato per evitare i rischi di soffocamento quali l’assenza di cuscini, coperte o pelouche intorno ai neonati, la posizione supina, la superficie rigida del letto.

In alternativa al bed-sharing, si può prendere in considerazione il room-sharing, ovvero la possibilità di condividere non il letto, ma la stanza con mamma e papà.