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Questa notizia è stata pubblicata il 31 Luglio 2020

Dall’acqua alla luce

Un racconto di parto. Lo stupore e l’incanto si rinnovano ogni volta.

Condividiamo con voi il ricordo della nascita della piccola Marta nella “nostra casa”, attraverso le toccanti parole di mamma Sabrina e papà Paolo.

Il racconto è tratto dal periodico L’Uovo creato da due mamme nel 1994 e gestito dai genitori sostenitori di Casa Maternità “La Via Lattea”.

IL PAPÀ RACCONTA:

“Durante la gravidanza mia moglie ha cominciato a pormi il problema di dove partorire. Inizialmente il problema mi è sembrato di poco conto, pensavo che bene o male i bambini sono sempre nati e consideravo quasi un “capriccio” porsi tante questioni. Andando avanti nella gravidanza lei è riuscita ad informarsi maggiormente riguardo alle varie possibilità ed ho cominciato a rifiutare l’eventualità di vivere questi momenti unici nella vita di una famiglia costretti in una separazione che le strutture ospedaliere impongono.

Il pensiero di non poter dormire assieme, o di guardare nostra figlia attraverso il vetro di una nursery mi ha convinto che era indispensabile affrontare una spesa non irrilevante per poter vivere insieme e appieno l’esperienza della nascita di nostra figlia.

Quando abbiamo visitato assieme la Casa Maternità ci è sembrato un ambiente idoneo alle nostre esigenze: pulito, essenziale ma nello stesso tempo con un carattere che ci sembrava adatto a proteggere la nostra intimità.

Anche le ostetriche che abbiamo incontrato ci sono sembrate molto disponibili ed abbiamo subito avuto un rapporto immediato e molto confidenziale, assolutamente privo di inutili imbarazzi. La possibilità di partorire nell’acqua ci ha entusiasmato, anche se non eravamo certi di usufruire di questa opportunità; avrebbe deciso Sabrina al momento.

Dopo l’esperienza devo dire che non ho mai fatto una scelta migliore e più opportuna. Tutto è andato per il meglio e non dimenticherò mai questa esperienza a cui ho partecipato attivamente come protagonista e non come semplice spettatore, tanto che mi sorge ancora spontaneo dire: “Ti ricordi quando abbiamo partorito?”

LA MAMMA RACCONTA:

“Sto traslocando. Da circa dodici ore ho un dolorino ritmico nel ventre, che prendo per un segno di fatica e un campanello d’allarme della mia pancia al nono mese: mancano quattordici giorni al termine della gravidanza.

Un bagno caldo verso sera per rilassarmi mi dà un poco sollievo. Avverto i primi dubbi sul fatto di essere in travaglio verso le dieci di sera avendo delle contrazioni sempre più intense e ad intervalli sempre più brevi: riesco a far fronte alle onde di dolore che mi trafiggono soltanto stando carponi dondolando fortemente il mio bacino torturato.

Non ci credo ancora di essere in travaglio e verso le due di notte mi faccio convincere da mio marito a svegliare la mia ostetrica.

Avendo organizzato il parto alla Casa Maternità e avendo seguito un corso di pre parto molto intenso e molto istruttivo sono perfettamente in grado di valutare la situazione dell’evento che mi si sta preparando nel ventre.

Avendo ormai contrazioni lunghe un minuto ad intervallo di cinque minuti, preparo la mia borsa e ci mettiamo in auto per arrivare alla Casa Maternità per le tre di notte.

Ogni contrazione è una sofferenza stando seduta, vorrei solo stare in piedi e muovere le anche, per poter assecondare un ritmo interno altrimenti incontrollabile.

Dopo una visita con Nadia Morello, l’ostetrica che mi accompagnerà per tutta la notte, mi conferma di essere in travaglio, di essere dilatata un centimetro e mi dice di prepararmi ad un lungo travaglio che prevede la nascita della nostra bimba a mezzogiorno.

Ancora riesco a chiacchierare con Nadia, ma le contrazioni diventano più intense e ad intervalli sempre più brevi.

Sento un forte mal di schiena che migliora soltanto appoggiandomi contro un muro, facendomi massaggiare la zona lombare da mio marito. Nel corso delle due ore successive cammino, ballo e mi dondolo. Il mio corpo è completamente coinvolto in un lavoro tutto suo e riconosco che il mio compito consiste nel non ostacolare questa manifestazione della natura che avviene dentro di me.

Verso le cinque entro nella vasca piena di acqua calda. Nadia è molto discreta e ci lascia nella nostra intimità da futuri genitori che affrontano insieme l’ultimo gradino di una lunga attesa. Prepara il caffè e ci porta dei biscotti, controlla il battito cardiaco della nostra bimba, aggiunge acqua calda nella vasca per mantenerla alla giusta temperatura.

A un certo punto mi si rompono le acque e da lì in poi il dolore si accentua ed entro nel vivo del mio travaglio che mi coinvolge completamente.

Ho perso il senso del tempo, ho perso il senso della gravità, sono immersa nell’acqua calda che mi sostiene, che mi permette di muovere il mio corpo con leggerezza e velocità insospettata.

Le contrazioni sono molto intense e molto ravvicinate ma il senso di rilassamento tra un’onda e la successiva è totale e la sensazione di pace e di sicurezza interiore finora sconosciuta.

Dopo un’ora di immersione voglio uscire dall’acqua ma colta da una contrazione al di fuori della vasca torno subito dentro travolta dal dolore che rimane molto più tollerabile nell’acqua.

Ci sono dei momenti nei quali mi sembra di fare l’amore selvaggiamente e in modo animalesco con l’acqua calda, spinta da una forza fuori dal mio controllo per poi, durante una pausa, andarci sotto anche con la testa galleggiando come una piuma.

Verso le sei e mezzo mi accorgo del canto degli uccelli e mi sembra incredibile che sia già passata tutta la notte.

Con la nuova giornata inizia anche il periodo espulsivo. Paolo entra nella vasca con me. Mi si sta spezzando la schiena e lui riesce a massaggiarmi molto meglio stando dietro di me.

Mi appendo con le braccia al suo collo, appoggio i piedi al bordo della vasca e urlo dal profondo della mia pancia movimentata. Che liberazione!!!

Nadia mi ricorda di respirare in modo tranquillo, mi guida, mi incoraggia con la sua positività e la sua calma.

L’istinto di spingere diventa fortissimo, voglio mandare via tutte le mie tensioni in basso e farle uscire dalla mia vagina che è diventata una apertura lacerante.  Spingo, posso toccare la testa della mia bimba ormai quasi spuntata, mi sento aperta, senza confini, in armonia infinita con me stessa.

Il mal di schiena diventa fortissimo, non lo sopporto più, ma Nadia mi dice: “Ancora un colpetto, piano, piano”.

Spingo, e la vedo scivolata fuori, la mia figlia che sembra arrivata da un altro pianeta, con le sue manine affusolate rivolte verso l’alto ad aggrappare il nulla.

È bellissima, fragilissima, e la voglio subito fra le mie braccia. Piango e rido e tutto il dolore è già dimenticato.

Marta non grida, ha fatto solo un piccolo gemito, è tranquilla sulla mia pancia mentre siamo ancora immerse nell’acqua calda.

Paolo ci accarezza; io esco dalla vasca per il secondamento e due punti di sutura, mentre Paolo rimane ancora in acqua con la Marta che galleggia tranquillamente. È quando esce dall’acqua che fa sentire la sua voce.

Sono solo le sette del mattino.

Marta viene pulita, visitata, vestita e s’attacca al mio seno finché non si addormenta. Anche noi andiamo a letto, ma io sono troppo emozionata per dormire, guardo questa piccola creatura sulla mia pancia e piango sentendomi la donna più felice del mondo.

Alle cinque del pomeriggio torniamo tutti a casa. La nostra vita di genitori è appena cominciata.”