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Questa notizia è stata pubblicata il 21 Gennaio 2021

Dal seme all’uovo

di Francesco E. Benatti

 

Diventare padre è immensa solitudine. No, non fraintendete, almeno per il momento.
Transalpina solitudo mea iocundissima annotò Francesco Petrarca in calce all’unico suo disegno autografo noto, vergato a penna in uno spazio bianco di una pagina di un codice della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio.
Si tratta prima di una solitudine piuttosto fisica che si tinge poi di solitudine immateriale.

 

Qualcosa è cambiato proprio nel momento in cui sono cominciate le contrazioni. Allo scoccare dell’attimo in cui la tua compagna comincia un viaggio che può farsi parallelo al tuo, a te non rimane che tenerle le mani. Con quelle stretta vuoi trasmettere la tua presenza, quel tuo voler a tutti i costi salire su quel suo svelto treno cui sono stati già mollati i freni. È un “ci sono” affermato a gran voce e rimasto, per cause biologiche, quasi inascoltato, perché tanto una femmina in travaglio non sente ragioni.
Se il viaggio fosse burrascoso o se il viaggio fosse sereno quanto sarebbe più facile salire sul predellino di quella carrozza già in movimento?
Si muore e si partorisce da sole? Forse sì. Ed io dove sono? Ci sono o solamente tengo le mani? L’immensa solitudine si presenta, attenuata dal conforto di trovarsi soli, più tardi, a piangere di felicità sul divano per l’emozione di essere padre. Si cerca poi di trovare il proprio ruolo in quella nuova specie di famiglia, delle tante e diverse che possono esserci.

 

Scrivere per un pubblico in gran parte composto da donne e madri mi mette un certo imbarazzo. Sento di dover soppesare parole e pensieri. Il mio contributo varrà quanto quello delle mie mani? Questa mia pagina è un “ci sono” od un “ci sei!”  (anche tu).

 

Volete sentire parlare della medicalizzazione del parto contrapposta alle magnifiche sorti e progressive del parto in casa? Non lo farò. Non fa parte della mia formazione, non è un mio indirizzo di ricerca, e poco conterebbe quindi la mia opinione. Della questione ho sentito parlare senza tregua negli ultimi dodici anni, ascoltando non tanto per un mio interesse nell’argomento, per il quale provo lo stesso trasporto che vivo per il campionato di calcio, quanto per godere della voce entusiasta che emette la mia compagna quando parla di maternità.
Non lo farò perché non voglio soffermarmi sulla discrasia insanabile tra un parto burrascoso ed uno sereno: la nascita di nostro figlio in ospedale è stata un disastro, quella in casa una scoscesa ascesa ad una vetta da cui, infine, ho visto un meraviglioso panorama verso Nord. Questo basta, perché dopo pensieri parole dubbi e paure, ho scelto di accettare la richiesta di mia moglie di avere un parto diverso da quello ospedalizzato e feroce, nella sua, (permettetemi nostra: 1 + 1 + 1), esperienza ospedaliera.

 

Ma ancora: se il viaggio fosse burrascoso o se il viaggio fosse sereno… con quel che segue, mani comprese? A volte penso che sia stato l’accettare un out out, ma so che invece fu per me è stato affidarsi e dare fiducia. In fondo la mia compagna ha avuto (quasi) sempre ragione negli anni.
Direte voi che una madre sa partorire, che l’istinto sa darci tutti gli strumenti al momento opportuno. Non so, anche questo non è un mio indirizzo di studio, non conosco evidenze scientifiche che possano avvalorare l’analisi; tuttavia in quella occasione lei aveva ragione. Ragione da vendere.

 

È bene quindi spendere qui qualche parola sul ruolo di chi sta intorno al parto. Delle ostetriche e dei medici dell’ospedale ricordo solo qualche sagoma, nella loro forma istituzionale. Delle nostre ostetriche, Nadia ed Elisabetta, ricordo molto di più. La loro presenza fu un mitigare quell’immensa solitudine che sentivo di nuovo vicina. Non fui così, allora, solo quell’uno accostato, attraverso le mani, a quell’uno più uno della prima vettura; ero il capotreno, pur stando seduto sull’ultima carrozza di terza classe, ché il posto di servizio non è mai lussuoso. Eppure qualcuno deve fischiare, perché la macchina si muova: (1+1+1) + (1+1), col pensiero a quell’uno a casa dai nonni.

 

L’immensa solitudine ha comunque i suoi lati positivi, lei ha ancora ragione. Nella mia immensa solitudine, quella di allora, ed ora che è fisica e al contempo immateriale, tutto si fece e si fa più chiaro e confortante. Sono tante le stazioni a venire, quelle in cui scendere e quelle in cui fare un sosta breve per un rifornimento.
No, non si partorisce da sole.