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Questo bimbo a chi lo do?

Genitori alle prese con nido, nonni e tate, tra ansie, preoccupazioni e aspettative

  • Numero.: 26
  • Pubblicazione: Ottobre 2010

ROMNÌ

Anna Chiara, educatrice

La prima volta che sono entrata in un campo rom avevo poco più di venti anni. Come tutti i
gaggi (i nonrom) che entrano lì, sono stata investita da una marea di bambini di svariate età che chiedevano, guardavano, toccavano. Io, chiaramente, nonostante la mia educazione iperaperta
e democratica, entravo carica del mio pregiudizio: i figli dei rom se la cavano molto da soli, vivono tanto per strada, sono sporchi e abituati ad arrangiarsi. E a vederli circolare lì tra le baracche, in quel pomeriggio pieno di sole, mi chiedevo: ma come si fa? Perché fare tanti figli se poi devono vivere in un container di dodici metri quadri, tra i ratti e la sporcizia? Perché lamentarsi tanto (“non abbiamo una casa, non abbiamo un lavoro…”) se poi si mettono al mondo nove bocche da sfamare? Perché condannare i più grandi ad essere tutori dei più piccoli invece che permettere loro di vivere un’infanzia serena? E magari portarseli anche dietro a fare l’elemosina?

Ma non solo: sono rimasta letteralmente senza parole quando, all’interno di una baracca, ho visto un bambino di quattro anni (quattro anni!) attaccarsi con frenesia al seno della madre che, senza fare una piega, continuava a parlare con me. Il bambino le tirava il seno, lo mordeva… e la mamma lo lasciava fare senza protestare. Io, dall’alto della mia “cultura”, ero assolutamente convinta di proporre un modello educativo più alto, un modello da replicare: “i bambini vanno svezzati, vanno controllati, devono essere puliti e pettinati, le regole sono importantissime, mica vorrete permettere ad un bambino di fare sempre quello che vuole?”.

Poi il tempo è passato. E le immagini che popolavano la mia mente sono gradualmente cambiate. Ho imparato a riconoscere le donne rom dall’immancabile passeggino al seguito, dai bambinetti attaccati perennemente alla gonna o alle mani… e anche dalle mille domande quando chiedo loro il permesso di portare in giro i loro figli: “Ma come andate? Ma quando tornate? Anna io mi fido di te ma, mi raccomando, stai attenta perché il mio bambino è proprio piccolo”. Ho imparato a riconoscere delle madri sempre attente ma mai ansiose, mai ossessionate da mille paure che lavorano, lavano tappeti, infornano pane e svolgono qualsiasi attività sempre con i loro piccoli al seguito. Ho imparato a riconoscere mamme protettive che sacrificano ogni piccolo gesto quotidiano alla prole: un piatto in più, un posto letto o magari la fatica di compiere qualsiasi attività con un bambino sulle spalle.

Ho imparato a riconoscere un fortissimo senso materno, un’affettuosità sempre spontanea e diretta, priva delle mille ansie educative da cui a volte noi siamo sopraffatti.
Ho imparato a riconoscere madri che sanno fidarsi ciecamente dei figli più grandi e che con loro sanno costruire rapporti di solidarietà sinceri, ascoltandone le opinioni in maniera anche dialettica.
Ho imparato a riconoscere una cultura della cura che forse, a volte, è più agita che parlata,
ma che si prende sempre il tempo necessario, senza fretta, senza ansia. Per le mamme rom garantire qualcosa ai figli, permettere loro di crescere serenamente, non si traduce in una mercificazione del tempo, come spesso capita nella nostra società. Forse si rinuncia a qualche soldo, ma ci si assume in toto la responsabilità dell’educazione del proprio bambino.

Certo, non tutto è perfetto (quante mamme vorrebbero avere la possibilità di stare più tempo con i propri bambini!) e, ancora adesso, mi trovo a vivere mille contraddizioni nel rapporto non sempre lineare con una cultura così diversa dalla mia. Ma di fronte alle mie amiche, giovani mamme, preoccupate di organizzare ogni singolo minuto dei loro figli, o alle mie colleghe, costrette a lasciare le loro bambine piccolissime al nido o a qualche babysitter, questo incontro di culture mi è sembrato una grande lezione.

Come sempre, le donne rom (le romnì, appunto) sono riuscite a mostrarmi un altro lato della medaglia: come un grande specchio che riflette il marciume della nostra cultura, il suo lato più degenere… per capire, ancora una volta, che nel durissimo mestiere educativo (tanto rispetto a tutti voi che fate i genitori!) le ricette non funzionano. Che forse è necessario mettersi in discussione per trovare la via migliore, per costruire vero scambio e per crescere.

Io non ho figli e difficilmente riesco ad immaginare come potrei conciliare tutti i molteplici aspetti della mia vita di fronte ad un pargolo da amare ed odiare. Ma so che, metaforicamente, me lo immagino così: magari scalzo, magari sporco, ma pronto ad attaccarsi alla mia gonna lunga.